Vorresti diventare un traduttore?

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Vorresti diventare un traduttore?

Questo articolo è stato gentilmente offerto da Monica Paolillo - Copyright 2009

Aspetti da considerare prima di avvicinarsi al mestiere di traduttore

Il traduttore per la medicina

Quello del traduttore è un mestiere che può trovare espressione e applicazione nei settori più diversi e che si specializza sempre di più in relazione all'evolversi delle diverse attività economiche. Io ho scelto di propormi nel settore medico e farmaceutico che è diventata la mia specialità da ormai oltre 10 anni. Questo settore impone, oltre a una perfetta padronanza e parallelismo tra le lingue di lavoro, un forte senso di responsabilità, un'approfondita conoscenza del settore e l'impiego di avanzati strumenti informatici di gestione delle memorie di traduzione. Il cliente finale è la casa farmaceutica, il produttore di elettromedicali, multinazionali specializzate nella traduzione per la medicina, gli organismi internazionali. Gli standard di qualità richiesti sono altissimi e difficilmente chi comincia è capace di soddisfarli. I tipi di testo con cui ci si misura sono prevalentemente:

  • Studi clinici
  • Moduli di consenso informato
  • Documentazione allegata ai farmaci (fogli illustrativi, riassunti delle caratteristiche del prodotto, presentazioni)
  • Attrezzatura di chirurgia ed elettromedicali

Al termine di qualunque percorso di studi, è necessaria la predisposizione all'apprendimento continuo.

Negli anni, l'avvento di internet ha letteralmente stravolto il mestiere del traduttore rendendo le ricerche di materiale di riferimento sempre più attendibili e mirate e, di conseguenza, è cresciuta l'attenzione al dettaglio anche da parte del fruitore del servizio. Ne consegue l'assoluta necessità di fornire un servizio perfezionato, esattamente all'altezza del lettore specializzato, senza necessità di adattamenti. In altri tempi, quando si aveva a disposizione solo materiale cartaceo, c'era una minima tolleranza in merito alla proprietà di linguaggio e alla terminologia nel settore specialistico. Ora si ricerca qualità 100% e immediata fruibilità del testo nello specifico contesto degli addetti ai lavori ed è questo che bisogna garantire per restare concorrenziali in un mercato oggi sempre più saturo.

È pur vero che da qualche parte bisogna cominciare ma è necessario, almeno, che chi si avvicina al settore per la prima volta abbia interesse e voglia di documentarsi per colmare i vuoti dovuti alla scarsa esperienza e che gli argomenti di lavoro siano di proprio gradimento (non ci sia, ad esempio, una naturale avversione verso il settore specifico). La migliore formazione è senza dubbio uno stage presso un professionista già avviato o un'agenzia di traduzioni specializzata nel settore. Bisogna avere ben presente che, al termine di qualunque percorso di studi, è necessaria la predisposizione all'apprendimento continuo, qualunque sia il settore di specializzazione. Nello specifico, il gergo medico è molto complesso e cambia a seconda che ci si rivolga al paziente, al medico generico, allo specialista oltre che in relazione alle specifiche branche.

La solitudine del traduttore e i miti delle condizioni vantaggiose

Si sente dire ogni tanto che quello del traduttore è un mestiere "duro". Preferirei dire che si tratta di un mestiere "difficile" (e molto!). "Duro" lo riserverei per altre attività più usuranti e più degne di questo aggettivo ma sono quasi certa che ci siano pochi altri mestieri usuranti dal punto di vista cerebrale/psicologico come questo. Le esigenze di questa professione sono certamente molto "particolari" e difficilmente condivisibili da altri professionisti e dalla comunità in generale. Non mancano di certo entusiasmi, profonde soddisfazioni e grandi passioni ma trovo sia effettivamente arduo e faticoso gestire questa professionalità nel corso degli anni. L'aspetto più pesante è dovuto alla condizione di "solitudine" cui siamo relegati quotidianamente. Questo è un aspetto legato a contingenze che non dipendono strettamente dall'attività in sé ma che sono "imposte" in qualche maniera da variabili accessorie non ancora ben identificate.

A queste contingenze sono anche associati dei falsi miti secondo cui il traduttore avrebbe vantaggi che gli altri professionisti, si dice, "potrebbero solo sognare". Primo mito: spesso si dice che il traduttore libero professionista è fortunato perché non deve uscire di casa per lavorare e gettarsi nel traffico, incontrare persone antipatiche, combattere con i colleghi sul posto di lavoro… è un fatto! ma qual è il rovescio della medaglia?  Non uscire di casa significa essere assorbiti dall'impossibilità di comunicare vis-a-vis con volti umani (la webcam non è esattamente la stessa cosa ;)), da "pseudopause" coperte da altre mansioni (casalinghe e analoghe), il risultato è che arrivi a sera con il peso di giornate luuuungghiiiiissssssssimmmmmmeeeeee senza fine. Anche autodisciplinandosi al massimo, questo sembra avvenire inesorabilmente come fosse una conseguenza naturale della nostra condizione.

Il fatto che il buon traduttore debba per forza essere una rara specie di "topo da biblioteca" è una leggenda. In molti casi sarebbe preferibile invece il lavoro d'équipe, il dibattito viva voce sulle varie scelte stilistiche e la selezione delle idee più brillanti, il potenziamento della produttività lavorando a 4 o 6 mani. Secondo mito: si sente dire che gestendo bene il lavoro del traduttore libero professionista, si ha la fortuna di prendersi le ferie quando pare e piace… altra leggenda. A meno che non si sia soli al mondo, si finisce per adeguarsi alle ferie degli altri (compagni, mogli, mariti, figli ecc.) e si scopre spesso che, così facendo, si rinuncia a periodi di lavoro floridi nel nostro campo mentre gli altri in Italia chiudono… Terzo mito: si sente dire che il traduttore libero professionista lavora dove gli pare, basta che abbia un PC portatile superpotente, i dizionari elettronici e la connessione Wi-Fi. Magari! Tutti (o quasi) i traduttori ricercano spasmodicamente il silenzio nelle loro giornate. Non mi risulta che siano stati fatti studi sulla specifica attività cerebrale coinvolta nel processo traduttivo (sarebbe interessante…) ma deve esserci una richiesta di risorse tale per cui non si riesce proprio a lavorare in ambienti rumorosi o caotici. Ergo: concentrazione 100%, distrazioni vicine allo 0%. Sarebbe, pertanto, improponibile lavorare portando a termine tutte le fasi del processo (bozza, confronto segmenti testo di origine-arrivo, revisione finale di stile) ad es. in treno, in aereoporto, nella affollata hall di un albergo… ecco svanito il vantaggio della mobilità che può essere presa in considerazione solo per brevi e sporadici periodi!

Il traduttore come imprenditore

Le idee che balenano nella mente dei non addetti ai lavori e dei novellini sul nostro mestiere hanno un "che" di bizzarro. Si formulano sulla nostra figura le più improbabili ipotesi sulla base delle quali qualsiasi possibilità di dialogo e di apertura diventa abbastanza ardua perché le premesse e i paletti che si mettono sono lontani molti anni dalla realtà effettiva delle cose. Esclusi, forse, i traduttori letterari, sui quali non posso pronunciarmi visto che non ho esperienza diretta, l'attività del traduttore è a tutti gli effetti un'attività imprenditoriale. Di fatto, anche ai fini fiscali ci si registra spesso come "ditta individuale"… Qualcuno pensava che si trattasse di un mestiere che funziona con i mezzi del "passaparola" e delle "conoscenze" (queste ultime concettualmente molto italiane). Almeno nel mio settore specifico, e sicuramente sul mercato internazionale sul quale ci si propone più volentieri che in Italia, non è proprio così che funziona. Per iniziare, potrebbe essere un'idea ma quasi subito è necessario mettersi in testa che, senza la versatilità e le competenze d'impresa, non si va molto lontano, competenze che consentano di proporsi alle aziende come ditta alla pari che offre un "servizio" come fanno altre imprese e che quindi prevede le stesse annesse attività di marketing, gestione contabile e fiscale, preventivi, registrazione degli ordini ecc. ecc. Sono competenze che non si apprendono all'università o alla scuola interpreti ma attingono alle proprie attitudini caratteriali.

Di fatto, salvo poche eccezioni, il traduttore è quasi sempre un libero professionista e come tale deve sapersi autodisciplinare e saper gestire se stesso e il cliente. Succede, infatti, piuttosto spesso che anche il miglior traduttore armato delle migliori motivazioni e inclinazioni possa non riuscire a farsi strada in un mercato sempre più competitivo perché non ha la mentalità d'impresa e perché si aspetta di essere "scelto", in un ambiente dove la concorrenza Il traduttore è un imprenditore a tutti gli effetti, non sopravvive solo grazie al "passaparola" e alle "conoscenze". diventa a volte spietata, su basi che non sono sufficienti. Bisogna quindi saper "emergere", dimostrare di poter offrire il "valore aggiunto", affiancare a qualità, affidabilità, competenza ed esperienza anche la capacità di "gestire" la clientela accompagnandola nei vari processi. L'alternativa, per chi non è proiettato in questa dimensione, è candidarsi per un posto di traduttore presso un'agenzia o affiancarsi a un professionista già avviato rinunciando sì a migliori prospettive professionali ma essendo certi che alle attività accessorie penserà qualcun altro.

Questioni di qualità e tariffe. La differenziazione

Da quando ho esordito 10 anni fa ho avuto modo di rendermi conto che molti dei postulati e dei paletti che erano stati estremamente utili quando non sapevo come orientarmi, quando dovevo muovere i primi passi possono, e sostanzialmente devono, essere poi anche smentiti, modificati, rielaborati, rinnegati e riabbracciati una volta che finalmente si è padroni del proprio percorso perché non si tratta di un percorso per forza lineare con un determinato punto di partenza ed un univoco e inequivocabile punto di arrivo.

Più volte ho riflettuto sulla questione delle tariffe e sono giunta alla conclusione che è vero... chi non si è mai affacciato prima sul mercato fa certamente bene a chiedere spunti e a confrontarsi per farsi un'idea di una tariffa "media" e della tariffa "da fame" ma, come spesso è emerso da diversi dibattiti tra colleghi ed esperti, tutto è e deve essere relativo e ogni cosa dipende da molteplici punti di vista e parametri di valutazione che non sono e non possono essere uguali per tutti quando si tratta di un mestiere che trova espressione e applicazione nei settori più diversi. Basta, ad es., che sia diversa la specializzazione, la combinazione linguistica, il luogo di residenza proprio o del cliente e TUTTO cambia, per non parlare poi del fatto che, prima di pretendere di avere un quadro chiaro dell'obiettivo finale (leggi: tariffa dignitosa) bisognerebbe sapersi mettere in gioco, osservarsi al microscopio e cercare prima di tutto di capire che tipo di qualità e di servizio si è ragionevolmente capaci di offrire, da lì poi arrivare a determinare il segmento e il tipo di cliente che può essere interessato e soddisfatto del nostro servizio. Il principiante dovrà per forza adeguare la tariffa alle proprie possibilità. È innegabile che molti aspetti del mestiere non li conosce e può cadere in diversi tranelli cui possono conseguire problemi di qualità.

Di fronte alle continue lamentele di colleghi veterani che vedono una minaccia nella tendenza che hanno molti a svendersi, deprezzando se stessi e la categoria, io oggi mi sento di ribadire che nessuno toglie nulla a nessuno. Ognuno ha il suo cliente. Di questo sono più che convinta. Può capitare saltuariamente che qualcuno prenda un granchio e decida che risparmiando può ottenere lo stesso prodotto ma è un equivoco che ha le gambe corte e chi ne fa le spese, a parer mio, è solo il cliente dal momento che, quando torna da te per mettere le toppe, non ha alcuna garanzia che tu sia nuovamente disponibile.

Le sorprese in questo mestiere sono sempre in agguato. Ultimamente mi sto rendendo conto anche di un altro aspetto su cui prima non avevo avuto ancora modo di riflettere. Succede spesso, infatti, che il cliente, se ti trova coperta e non disponibile, piuttosto che rivolgersi altrove, preferisca aspettare. Mi ero chiesta più volte come mai e solo di recente ho avuto modo di scoprirlo. Ad es. a questo proposito visualizzando segmenti tradotti da altri ho notato che, anche in assenza di errori, lo stile può essere scarno e poco accattivante, la terminologia imprecisa e anche tante altre piccole cose possono essere migliorate. Da qui allora mi viene il dubbio che ci sia anche tra i traduttori un'idea personale e soggettiva di cosa voglia dire "tradurre" e mi sono risposta che, al di là di cialtroni, falsi professionisti, prodotti scadenti ecc. forse ci sono anche persone che, pur avendo buone potenzialità, semplicemente non fanno quel "salto di qualità", forse non ritengono opportuno fare quello sforzo in più per perfezionare la resa. Nel tempo mi sono fatta l'idea che l'obiettivo qualità 100% (perquanto già di per sé soggettivo) probabilmente non tutti se lo pongono e che forse molti, anche quelli che potrebbero potenzialmente fare un lavoro ottimo, ritengono che il processo traduttivo preveda semplicemente rendere l'originale in forma comprensibile e senza errori senza dover per forza raffinare lo stile, interiorizzare e riscrivere per adattare al lettore ecc. ecc. In quest'ottica ben vengano tariffe diverse e lo dico senza urlare allo scandalo.

Ne emerge un quadro estremamente differenziato, a tratti confuso, di un mestiere che si applica ai più svariati contesti, indi per cui resta molto difficile credere che ci sia una tariffa "giusta" per tutti.

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