Primo Startup Weekend a Barcellona: tre considerazioni

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Primo Startup Weekend a Barcellona: tre considerazioni

 

Dal 22 al 24 ottobre ho avuto l’occasione di partecipare all’evento di networking Barcelona Startup Weekend, organizzato presso il centro Barcelona Activa dal team di Ellas 2.0. Qui ho lavorato gomito a gomito con una sessantina di persone divise in sette gruppi, con lo scopo di creare una startup, un’iniziativa imprenditoriale di contenuto tecnologico. È stata un’esperienza faticosa ed entusiasmante, ma anche rivelatrice. Una descrizione dettagliata dell’evento è disponibile su TechCrunch Europe o sul sito stesso dell’evento, a cui rimando. Qui mi sembra più importante tracciare alcune conclusioni, dopo le circa 30 ore di lavoro svolto su un progetto di startup (fra parentesi, io ho partecipato al progetto Coupies).

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L’evento s’inserisce nella cornice degli Startup Weekend, un’iniziativa nata negli USA. A Barcellona è giunto in qualità di dinamizzatore uno dei membri del team americano, il quale, con il suo atteggiamento sopra le righe e la sua filosofia molto "Silicon Valley", ha dato la misura dell’abisso, non dell’oceano, che separa l’Europa dagli Stati Uniti. Messaggi come "basta provarci", "just do it", "se un progetto fallisce, si passa al successivo", "se non sai programmare comprati un libro e impara", "da soli non si va da nessuna parte", "anziché al business plan, lavora al prototipo" sono culturalmente ben distanti dalla mentalità burocratizzata, gerarchizzata ed egocentrica "latina" (italiana e spagnola, quelle che conosco meglio) e mi sembra molto difficile applicare questi concetti al nostro sistema, anzi al nostro "ecosistema", tanto per usare una buzzword molto in voga durante l’evento.

Un altro fattore importantissimo, forse ovvio, ma non sempre tenuto nel dovuto conto dai neoimprenditori, è che gli investitori privati non si smuovono per quattro soldi. I progetti che richiedono meno di 100.000 euro/dollari di investimento iniziale difficilmente vengono presi in considerazione. Questo dato dovrebbe servire ai neoimprenditori per capire a che categoria appartengono: a quella di coloro che davvero pensano in grande ("think big", un altro dei consigli dati durante il weekend), oppure a quelli che si accontenterebbero di avere un introito dignitoso lavorando in qualcosa che piace, senza aspirazioni di essere quotati in borsa nel giro di cinque anni. Continuo ad essere un imprenditore se ragiono così? Oppure sono soltanto un artigiano volenteroso?

L’ultimo punto riguarda i profili "ibridi", ovvero quelli come il mio, laurea letteraria, competenze tecniche e gestionali ma non a livello di sviluppatore, né di MBA. Se da un lato queste competenze trasversali (un po’ da "tuttologo" per banalizzare) possono fungere da collante all’interno del team, che spesso parla linguaggi diversi e ha difficoltà di comunicazione interna, dall’altro l’interesse degli investitori e del mondo dell’impresa in generale è molto più sollecitato dai profili specializzati di alto livello (e dai gruppi i cui membri sono perfettamente complementari). Questo non significa che un esperto in localizzazione o in tecnologia applicata non possa trovare spazio in una startup, ma la sua collocazione è sicuramente più complicata di quanto lo sia quella di un esperto di marketing.

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