Come affrontare la traduzione di software nel modo giusto

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Come affrontare la traduzione di software nel modo giusto

Scopriamo quali sono le maggiori sfide a livello tecnico e linguistico-culturale insite nella localizzazione di software

Come già osservato nell'articolo “Perché dovresti localizzare il tuo software...” le sfide che presenta la localizzazione di software sono molteplici. In questa sede tracceremo una panoramica di quelle più frequenti a livello tecnico e linguistico. Gli esempi fanno riferimento per lo più alla combinazione linguistica inglese-italiano, essendo l’inglese la lingua di partenza predominante nella localizzazione di programmi informatici.

Aspetti tecnici

Un software presenta due livelli di testo:

  1. le stringhe visibili all’utente e
  2. le stringhe di codice di programmazione necessarie per il funzionamento della macchina.

Solitamente gli ambienti di localizzazione, ovvero i programmi che si usano per tradurre e adattare un software, consentono di segnalarli graficamente in modo diverso, “bloccando” il codice e lasciando libero il traduttore di concentrarsi sul testo puro. In alcuni casi, però, esso presenta espressioni o combinazioni che richiedono un trattamento particolare.

Nelle sequenze di caratteri speciali e variabili, si usano simboli come quello di percentuale (%) o di dollaro ($) per indicare alla macchina di interpretare ciò che segue in modo non letterale. Le variabili, chiamate anche placeholder e di solito indicate con lettere dell’alfabeto, rappresentano un elemento che il software sostituisce di volta in volta con il valore appropriato: un aggettivo, un nome di file, un valore numerico, una percentuale di caricamento e molto altro. Alcune combinazioni standardizzate sono:

  • %s per una stringa di testo;
  • %d per un numero decimale;
  • %x per un numero intero in forma esadecimale;
  • %g per un valore a virgola mobile;
  • %u per un carattere Unicode;
  • %p per un numero di pagina.

In fase di traduzione bisogna tenere conto delle implicazioni grammaticali e semantiche del termine mancante sul resto della frase. Se si tratta di un sostantivo sono possibili quattro combinazioni (maschile o femminile, singolare o plurale), due nel caso di cifre; in entrambi i casi vanno modificati l’articolo che precede e il verbo che segue. Può essere anche necessario intervenire sulla sintassi: in inglese un aggettivo, un numerale, un sostantivo precedono il nome a cui si riferiscono, al contrario dell’italiano. In questi casi il traduttore, per capire di cosa si tratta, deve affidarsi al contesto linguistico. Il cliente, a sua volta, deve segnalare la presenza di caratteri speciali nel software e i principali valori associati alle variabili (quantomeno numero e categoria grammaticale), così da evitare un pesante intervento di correzione nella fase successiva.

In alcuni casi si trova testo non traducibile, ossia termini che in realtà sono comandi interni al software o nomi di file. Ovviamente tradurli significherebbe introdurre bug o creare collegamenti a file inesistenti, quindi è fondamentale riconoscerli. Si va da stringhe del tipo [x] o $x$, dove x indica il nome di un file con la sua estensione ($INPUT_List.csv$), a parole scritte in maiuscolo (COPY, EDIT) e/o con trattini bassi (TIME_OUT; NO_MORE_ENTRIES).

Uno dei problemi più spinosi nella localizzazione è la presenza di termini isolati, privi di contesto. Il traduttore deve fare affidamento sul testo che precede e segue e, se gli è stato fornito il file eseguibile, sul relativo codice di programmazione, che può dare indicazioni preziose sulla natura del termine. Un altro modo per sciogliere l’ambiguità è visionare l’interfaccia grafica del software, cosa non sempre possibile. Se si ha a disposizione solo un file di testo, si possono consultare il relativo manuale utente e la guida in linea oppure, in casi estremi, chiedere chiarimenti al cliente. L’ambiguità dei termini isolati dipende anche dalla caratteristica dell’inglese di esprimere più categorie e valori grammaticali con una stessa forma grafica. Per esempio, in un software il termine “copy” può indicare sia un sostantivo che un verbo, a sua volta al modo imperativo oppure infinito. La posizione all’interno della GUI può suggerire l’accezione corretta (se si trova in un menu a tendina, probabilmente si tratta di un comando), ma resta un problema da non sottovalutare.

Le stringhe di testo si inseriscono in riquadri di dialogo, menu a tendina e messaggi di errore. La capienza di queste sezioni è più o meno limitata e ciò costituisce un problema nella localizzazione dall’inglese verso altre lingue, che porta con sé un aumento fisiologico del testo dal 30% a più del 200% per i nomi di comandi e icone. Se non si calcola in fase di internazionalizzazione dello spazio aggiuntivo, per rientrare nei limiti di spazio grafico il traduttore deve, in alcuni casi, ricorrere a sinonimi, abbreviazioni e anglicismi.

È essenziale però mantenere la coerenza nelle scelte terminologiche (inserendole quindi nel glossario di progetto) e usare espressioni comprensibili per l’utente, non termini in inglese poco diffusi o sigle oscure.

Alcune piattaforme di localizzazione consentono di generare un’anteprima dell’interfaccia dove si inseriscono in tempo reale le traduzioni, così da vedere lo spazio a disposizione. Nel caso in cui si disponga del file di solo testo e non di quello eseguibile, ci si può aiutare con la documentazione di supporto al software, sperando che il manuale utente contenga la schermata video della sezione di interesse.

Nella localizzazione è essenziale adattare il locale, cioè l’insieme di parametri tecnici usati da una comunità geografica, culturale e linguistica per rappresentare la realtà. La norma ISO 639-1 sulla classificazione delle lingue identifica ciascun locale con un codice di due lettere. Se per l’italiano ne esistono due, uno per l’Italia (it-IT) e uno per la Svizzera (it-CH), lingue come inglese, spagnolo e arabo hanno un repertorio maggiore dovuto all’ampio bacino di Paesi nei quali sono lingua ufficiale. Lingua e locale non hanno una corrispondenza univoca perché entrano in gioco convenzioni culturali. Le più importanti sono:

Adattando questi parametri si dà all’utente la sensazione di interagire con un prodotto pensato per le sue esigenze, evitando anche fraintendimenti
  • la valuta e la posizione del simbolo grafico: si scrive £10 e $10, ma 10€;
  • l’espressione della data: varia sia l’ordine degli elementi (mese-giorno-anno negli USA, giorno-mese-anno in Europa, anno-mese-giorno in alcuni Paesi asiatici) che l’uso grafico di barre (/), trattini (-) o punti;
  • l’espressione dell’ora: accanto al sistema orario prevalente a 24 ore vi è quello statunitense a 12 ore;
  • i sistemi di misurazione: i chilogrammi, i metri e i gradi Celsius del Sistema Internazionale diventano in ambito anglofono libbre, piedi e gradi Fahrenheit (con alcune differenze concettuali tra Regno Unito e USA);
  • la rappresentazione dei numeri: le migliaia, le centinaia e i decimali possono essere segnalati con un punto (in alto o in basso), una virgola o uno spazio; una stessa percentuale si può scrivere come 1.5% oppure 1,5%;
  • l’indicazione di indirizzi, codici postali e prefissi telefonici.

Adattando questi parametri si dà all’utente la sensazione di interagire con un prodotto pensato per le sue esigenze e si evitano potenziali fraintendimenti. In caso contrario, la user experience peggiora e può anche essere impossibile accedere ad alcune funzionalità. Se un software non presenta i codici postali o i prefissi telefonici di una data zona, l’utente può non riuscire a creare un account; se non si sono convertiti gli importi nella valuta locale, non potrà effettuare acquisti. Curarsi del locale significa quindi rispettare le aspettative dei parlanti e consentire loro di fruire delle stesse funzionalità dell’originale.

Aspetti linguistici e culturali

Nella progettazione di software la componente culturale è minoritaria, poiché un software è concepito per un uso pratico, come proteggere un dispositivo da virus, gestire le password o generare documenti. Tuttavia, l’inclusione di determinate funzionalità è riflesso di un tipo di cultura. Per esempio, la possibilità di impostare temi relativi alla famiglia riflette l’enfasi sull’appartenenza dell’individuo a un gruppo sociale; in direzione opposta vanno le opzioni di personalizzazione e protezione dell’account. Nell’internazionalizzazione del prodotto bisogna tenere conto di queste differenze, altrimenti si rischia che esso venga rifiutato dal mercato target perché non assimilabile alla cultura locale (come raccontato in questo articolo relativo alla Cina).

Questi aspetti non sono di competenza del traduttore in senso stretto. Tuttavia, più un prodotto digitale imita l’interazione umana, più vanno effettuati adattamenti linguistico-culturali. Un software per la produzione industriale serve per eseguire azioni e attivare macchinari. L’interfaccia presenta domande rivolte all’utente (come “Sei sicuro di voler riavviare?”), ma la componente pragmatica passa in secondo piano. Al contrario, l’app di una banca ricalca l’interazione tra cliente e dipendente su operazioni delicate come la gestione del conto e la sottoscrizione di servizi: l’utente vuole sentirsi “rassicurato” dal testo e trovare le convenzioni linguistiche a lui familiari. Il traduttore quindi deve rispettare le formule di cortesia radicate nella sua cultura.

Più un prodotto digitale imita l’interazione umana, più vanno effettuati adattamenti linguistico-culturali

L’inglese, per esempio, fa abbondante uso di espressioni come please e would you like to + verbo che in italiano possono essere omesse o modificate, per esempio passando dal modo condizionale all’indicativo. Allo stesso modo, il registro più informale dell’inglese può dover essere innalzato per un utente italiano. Un discorso a parte merita l’ordine dei componenti della frase. In inglese si tendono a presentare prima le informazioni più specifiche e dopo quelle generiche, mentre in italiano la progressione informativa è opposta. La nostra lingua, inoltre, non è vincolata all’ordine rigido soggetto-verbo-oggetto, anzi spesso per frasi più fluide e naturali è necessario modificarlo. Tradurre troppo alla lettera dall’inglese può portare in italiano a espressioni insolite che suonano, se non scorrette, innaturali e forzate. Infine non bisogna dimenticare che, in caso di frammenti di testo con finalità di marketing, può essere necessario riscrivere parzialmente il testo in funzione della sensibilità dei nuovi destinatari, operando la cosiddetta transcreation.

Bibliografia consigliata

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