Cos’è la globalizzazione: 40 anni di cambiamenti «sconvolgenti»

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Globalizzazione: una parola che è ormai parte del nostro vivere quotidiano, una parola in cui ci imbattiamo ogni volta che navighiamo sul web, usiamo i social media, guardiamo la televisione o leggiamo un giornale o una rivista. Non esiste infatti fenomeno che abbia cambiato così in profondità l’assetto delle relazioni economiche, sociali e culturali a livello mondiale negli ultimi quarant’anni come la globalizzazione. Ma cosa si intende in realtà con questa parola? Quali sono i pro e i contro della globalizzazione?

Cos’è la globalizzazione? Una parola, tante risposte

La globalizzazione in senso ampio è, secondo la classica definizione del sociologo Anthony Giddens, quel fenomeno di interconnessione mondiale a livello culturale, politico ed economico derivato dall’eliminazione delle barriere alla comunicazione e al commercio.

Nell’ambito dell’economia, possiamo invece utilizzare la definizione data dall’economista Alan M. Rugman nel suo saggio «The Myth of Global Strategy» (2001), per il quale la globalizzazione economica è la produzione e distribuzione di prodotti e servizi di tipo e qualità omogenei su scala mondiale. 

[Per approfondimenti: V. Mamut e A. Tacogna, «Processi di internazionalizzazione delle imprese - Vecchi e nuovi paradigmi», Sinergie n. 60/2003, pag. 17.]

La globalizzazione economica si è poi sviluppata in due ambiti distinti:

  • La globalizzazione economica reale, che ha riguardato
    • l’internazionalizzazione delle attività delle imprese e dei servizi,
    • la delocalizzazione dei processi produttivi
    • e l’intensificazione degli scambi commerciali
  • La globalizzazione economica finanziaria, che si è invece tradotta nella maggiore possibilità di mobilitare internazionalmente i capitali, in primo luogo quelli bancari, con la compravendita di azioni, obbligazioni e titoli di stato sui mercati mondiali.

Esaminiamo ora le tappe di questo processo e le conseguenze che ha avuto sull’insieme delle relazioni economiche internazionali.

Dalla CEE alla crisi degli anni Settanta

Processi di globalizzazione in aree geografiche più o meno vaste hanno sempre attraversato il corso della storia: anche la costituzione della CEE/UE (1957) si può considerare un esempio di «globalizzazione» su scala continentale, che ha interessato gli stati che ne sono successivamente diventati membri.

European flags

La progressiva eliminazione delle barriere doganali e l’attuazione del mercato unico tra i paesi membri della CEE hanno rappresentato tra l’altro uno dei fattori che ha reso possibile il «miracolo economico» italiano degli anni 1958-62: l’Italia è tuttora il secondo paese manifatturiero dell’Unione, superato solo dalla Germania.

Il processo di globalizzazione economica viene accelerato dalla profonda crisi che le economie occidentali attraversano tra il 1971 ed il 1973. La fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods e la crisi petrolifera causata dalla guerra dello Yom Kippur, con la conseguente impennata dei costi delle materie prime, misero in crisi il modello di sviluppo affermatosi nel secondo dopoguerra.

Questo modello, che aveva consentito una crescita impetuosa dell’economia mondiale, mostrava ora tutti i limiti suoi propri, delle tecnologie sviluppate dopo il 1945 e delle politiche economiche di ispirazione keynesiana che lo avevano accompagnato. Queste ultime, basate sul forte sostegno alla domanda da parte dello stato e sull’aumento costante dei salari, avevano progressivamente irrigidito il mercato del lavoro e innescato un forte aumento dell’inflazione, accompagnato per la prima volta in quegli anni da una condizione di stagnazione dell’economia (la cosiddetta stagflazione).

[Per approfondimenti: V. Raffa, Il ruolo delle PMI in Italia nell’ultimo trentennio: tra nuova globalizzazione e crisi di stagnazione, Luiss, 2017]

Dal neoliberismo al mercato globale

È in questo scenario di crisi che si affermano con forza le teorie neo-liberiste della scuola di Chicago di Milton Friedman, premio Nobel per l'Economia nel 1976, che ritenevano la maggior parte degli interventi dello Stato nell’economia più dannosi che utili. Le teorie economiche di Friedman erano favorevoli al libero mercato, cioè alla totale apertura del mercato dei beni, dei servizi, dei capitali e delle persone.

Ronald Reagan

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Le idee di Friedman influenzarono innanzitutto il nuovo governo conservatore britannico di Margaret Thatcher (1979) e la presidenza di Ronald Reagan negli USA (1980-1988) e poi, a partire dagli anni ’80, le altre economie occidentali. Questo clima di sempre maggior fiducia di economisti e governi nell’autoregolamentazione del mercato, che secondo loro avrebbe potuto risolvere in autonomia tutti i problemi relativi alla produzione e distribuzione dei beni correggendo automaticamente le eventuali inefficienze, favorì infatti un processo di progressiva deregolamentazione dei mercati, liberalizzazione di attività economiche prima controllate dagli Stati e privatizzazioni delle grandi imprese a controllo pubblico. Tutto ciò ovviamente significava anche annullare qualsiasi forma di protezione economica ed esporre di conseguenza le imprese alla concorrenza non solo nazionale ma anche (e soprattutto) internazionale.

[Per approfondimenti:  S. Pollard, Storia economica contemporanea, Il Mulino, 2012; V. Castronovo, Storia economica d’Italia, Einaudi, Torino, 2013]

Il crollo del Muro, l’Unione Europea e l’integrazione dei mercati mondiali

Contemporaneamente a questi sviluppi, alla fine degli anni ottanta si compie la crisi finale ed il crollo dei regimi comunisti dell’Europa Orientale: la fine della Guerra Fredda tra il 1989 (abbattimento del Muro di Berlino) ed il 1991 (fine dell’Unione Sovietica) ha come conseguenza economica più rilevante la trasformazione dei paesi ex-satelliti dell’Urss in paesi ad economia capitalistica e quindi l’enorme ampliamento, anche in termini geografici, del libero mercato.

Un altro fenomeno che concorre ad ampliare questo trend di progressiva liberalizzazione dell’economia mondiale è il contemporaneo processo di rafforzamento dell’integrazione europea tra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, culminato con il Trattato di Maastricht del 1992. Questo accordo stabilisce le fasi dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) tra gli stati membri della CEE (poi UE) e la creazione di una moneta comune (l’Euro) e di una Banca centrale (la BCE), primo nucleo di istituzioni sovranazionali per il governo dell’economia dell’Unione. Nel nuovo millennio avviene poi il progressivo ingresso dei paesi dell’Europa centrale ed orientale nell’Unione e la loro adozione delle regole e dei meccanismi del Mercato Unico e dell’UEM.

A livello mondiale, si verifica un analogo processo di rafforzamento delle organizzazioni economiche e finanziarie internazionali che porterà prima ad un ruolo sempre più rilevante delle istituzioni già esistenti, come il Fondo Monetario Internazionale (IMF/FMI) e la World Bank, e poi alla costituzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO, 1994), istituzioni queste a cui i governi nazionali trasferiranno parti sempre maggiori delle loro sovranità.

Il processo di globalizzazione alimentato dalle politiche economiche dei governi nazionali e dall’azione liberalizzatrice degli organismi internazionali ha portato alla progressiva abolizione della maggior parte delle restrizioni doganali e tariffarie agli scambi commerciali che ostacolavano la migliore integrazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro) a livello internazionale. Questo processo è successivamente sfociato nella nascita di una serie di mercati integrati ispirati in buona parte all’esempio dell’UE, come il NAFTA (North American Free Trade Agreement), il Mercosur (Mercato comune dell’America Meridionale) e l’Asean (l’associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) e all’affermazione di nuove aree geografiche come il Sudamerica e l’Asia con prodotti tecnologici molto competitivi.

Negli ultimi trent’anni, quindi, l’economia è diventata sempre più «transnazionale», con un aumento esponenziale delle attività economiche di Paesi lontani dal punto di vista geografico. Lo smantellamento della maggior parte delle misure protezionistiche ha determinato un altrettanto esponenziale aumento degli investimenti esteri delle imprese dei paesi OCSE sia in termini assoluti che in percentuale.

 Un contributo fondamentale alla globalizzazione è stato poi dato dalla progressiva diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (spesso abbreviate in ICT, dall’inglese Information and Communication Technology), ovvero la rivoluzione informatica che ha accelerato enormemente i tempi del trasferimento di conoscenze e informazioni e ha reso più semplice e veloce la gestione delle imprese.

La crescente interconnessione economica ed il progressivo azzeramento delle distanze fisiche dovuto agli sviluppi della tecnologia hanno consentito a Paesi dotati di materie prime e fattori produttivi differenti di entrare in contatto con maggiore facilità, favorendo il loro movimento internazionale e la delocalizzazione della produzione. Il rovescio della medaglia di questa crescente interconnessione è che ogni Paese è ormai esposto più facilmente alle ripercussioni di eventuali crisi economiche nate in altri Stati.

Crescita e crisi dell’economia mondiale

La somma di queste condizioni storiche e degli interventi attuati da Stati e organismi internazionali ha fatto sì che dalla seconda metà degli anni ’90 fino alla metà del nuovo millennio l’economia mondiale sia cresciuta come mai prima. Sono entrate con irruenza nella competizione le economie emergenti dei paesi dell’America Latina e dell’Asia ed in primo luogo Brasile e Cina. Negli ultimi vent’anni il 40% del valore aggiunto dell’industria manifatturiera è ormai prodotto nei paesi emergenti (nel 1991 l’80% di esso era appannaggio delle zone sviluppate).

Questo fenomeno ha portato tra l’altro alla formazione ed alla crescita di masse di nuovi consumatori in cerca di beni e servizi ad alto valore aggiunto che hanno rappresentato una grande opportunità per le imprese delle economie mature. Queste, infatti, nello stesso periodo hanno continuato il loro andamento più che positivo, con buoni tassi di crescita, alti livelli di occupazione e bassa inflazione.

Goldman Sachs tower

Questo «stato di grazia» dell’economia mondiale (crescita sostenuta del prodotto mondiale trainata dalle economie emergenti, bassa inflazione, sviluppo impetuoso della finanza dovuto all’abbondanza di liquidità, a bassi tassi di interesse, a una grandissima disponibilità di credito per investimenti in attività reali e finanziarie e ad una conseguente riduzione del rischio percepito) termina con la crisi finanziaria del 2007-2008 e la conseguente recessione degli anni 2008-2010, particolarmente sentita in Italia, il paese europeo più colpito dalla crisi.

La globalizzazione e i processi produttivi: l’industria 4.0

La globalizzazione ha rivoluzionato anche l’evoluzione dei processi delle produzioni industriali. Nel mercato mondiale «globalizzato» gli ostacoli geografici al movimento dei fattori della produzione sono ormai praticamente inesistenti: sempre più imprese possono ora, come abbiamo visto, delocalizzare la produzione in paesi che permettono di sfruttare al meglio i vantaggi competitivi ottenibili aumentando nel contempo la concorrenza, ormai anch’essa «globale». In questo ambiente sempre più complesso ed in continua innovazione un’impresa deve quindi comprendere sempre meglio i cambiamenti del contesto globale in cui opera per sfruttarne le opportunità e garantirsi così la propria sopravvivenza.

La rivoluzione informatica, uno dei motori principali della globalizzazione, ha naturalmente avuto un grandissimo impatto anche sull’evoluzione dei modelli produttivi delle imprese. Per restare competitive in questo mercato sostanzialmente illimitato e in continuo cambiamento le imprese hanno infatti dovuto rinnovarsi profondamente con l’utilizzo di nuove tecnologie più prestazionali ed a prezzi sempre più accessibili, nuovi materiali, e nuovi processi produttivi sempre più automatizzati e semplificati grazie all’utilizzo di Internet e alla digitalizzazione, che ne facilitano la gestione con software di gestione sempre più sofisticati e con il networking

In questo modo l’impresa diventa più efficiente, efficace e quindi più competitiva. Aumentano la qualità e la produttività del lavoro, le informazioni vengono elaborate con maggior velocità e precisione, i tempi e i modi di produzione sono flessibili e adattabili alle esigenze dell’azienda ed i rapporti con i clienti sono più diretti. 

Il continuo sviluppo tecnologico e la necessità di superare la recessione del 2008-2010 hanno poi proiettato l’economia mondiale in una nuova rivoluzione industriale, la «Rivoluzione 4.0»: nel 2010 le imprese iniziano infatti a usare i «cyber-physical system», come vengono definiti tutti quei sistemi informatici che interagiscono in maniera continua con il sistema fisico in cui operano.

La disponibilità di software, connessioni wireless e componenti sempre migliori ed economici ha permesso una circolazione di dati e informazioni sempre più veloce e costante, la creazione e l’utilizzo di nuovi materiali e di tecnologie di elaborazione e analisi dei dati più veloci e affidabili, e la progettazione di componenti e sistemi totalmente digitalizzati e connessi online (i robot interconnessi e programmabili, le stampanti 3D, la realtà aumentata, la simulazione tra macchine interconnesse per ottimizzare i processi).

I sistemi informativi aziendali, poi, possono ormai gestire elevatissime quantità di dati attraverso il cloud computing: l’erogazione on-demand attraverso internet di servizi informatici come l’archiviazione, la trasmissione e l’elaborazione di dati permette infatti a chiunque sia abilitato di poter accedere a tutte le informazioni aziendali precedentemente condivise sulla piattaforma cloud. Si può così effettuare con molta più precisione e rapidità l’analisi di grandi quantità di dati (la big data analysis), e ottimizzare così i prodotti e i processi produttivi.

La digitalizzazione al servizio delle imprese globali

Sfruttare appieno le possibilità offerte dalla digitalizzazione permetterà nei prossimi 15 anni ai paesi sviluppati, e soprattutto a quelli europei, secondo quanto afferma il Rapporto  THINK ACT Industry 4.0 The new industrial revolution – How Europe will succeed  della società di consulenza Roland Berger sui trend dell’industria manifatturiera, di recuperare quote di mercato e di fatturato perse a vantaggio dei paesi emergenti negli ultimi 20 anni. 

Entro il 2030 poi, secondo lo stesso rapporto, i lavoratori nel comparto industriale europeo aumenteranno dai 25 milioni del 2011 a 31 milioni; la digitalizzazione dell’industria potrebbe quindi riportare nel comparto una parte dell’occupazione che l’introduzione dell’automazione aveva eliminato a partire dagli anni ’70.

Questa è quindi un’opportunità e una sfida che il sistema produttivo italiano deve raccogliere e affrontare con coraggio e lungimiranza sapendo che, per essere brutali, non esistono alternative.

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