​Noi di Qabiria esprimiamo tutto il nostro sostegno a chi è in prima linea nell'emergenza COVID-19 e a chi più ne sta subendo le conseguenze. Oltre a continuare a lavorare per offrire i nostri servizi con regolarità, siamo a disposizione di clienti e fornitori per trovare soluzioni a eventuali difficoltà derivanti dal prolungarsi della situazione di emergenza.

Le PMI italiane nel mondo globalizzato: un ritratto in chiaroscuro

(4 voti)
Etichettato sotto :
Le PMI italiane nel mondo globalizzato: un ritratto in chiaroscuro

Le PMI come fulcro del sistema produttivo italiano: una breve storia

Le piccole e medie imprese (PMI) sono il punto di forza del sistema produttivo italiano: il 99,9% delle nostre imprese rientra infatti nella definizione di questo tipo di aziende data dalla Commissione Europea e riportata nella tabella seguente.

Categoria

Dipendenti

 

Fatturato

 

Attivo

Grande impresa

>= 250

oppure

>= 50 milioni di euro

e

> 43 milioni di euro

Media impresa

< 250

e

<= 50 milioni di euro

oppure

<= 43 milioni di euro

Piccola impresa

< 50

e

<= 10 milioni di euro

oppure

<= 10 milioni di euro

Microimpresa

< 10

e

<= 2 milioni di euro

oppure

<= 2 milioni di euro

Il loro successo è figlio della crisi della grande industria pubblica e privata italiana dell’inizio degli anni ’70: artigiani ed ex lavoratori delle grandi aziende in difficoltà si mettono in proprio e fondano un gran numero di piccole imprese che spesso poi si aggregano in distretti industriali specializzati in un determinato tipo di produzione, generalmente in settori a basso contenuto tecnologico come moda ed arredamenti. Nel corso del decennio i dipendenti delle PMI crescono da due a tre milioni e queste imprese arrivano a rappresentare il 60% della produzione manifatturiera italiana.

[Fonte: CASTRONOVO, Storia Economica d’Italia, Einaudi, Torino, 2013]

Dagli anni ’80, poi, le PMI diventano la componente predominante della nostra struttura produttiva, sempre più descritta, definita e sostenuta dal mondo accademico, imprenditoriale e soprattutto politico con lo slogan del «piccolo è bello».

Neanche in quel periodo così favorevole per queste imprese, però, i distretti riescono a trasformarsi in «sistema», a cooperare per massimizzare la loro competitività all’estero. La conoscenza diffusa, le competenze manageriali, la capacità di comprendere i mercati di riferimento erano sempre di più requisiti indispensabili per aumentare la competitività delle imprese in quegli anni di grande crescita, ma l’Italia era indietro rispetto ai concorrenti.

Nelle PMI italiane, spesso imprese familiari con management familiari, di solito non esistevano quelle specifiche capacità manageriali necessarie all’innovazione gestionale indispensabile per affrontare con successo i cambiamenti dell’economia. Agli inizi degli anni ’90, comunque, l’Italia era al secondo posto nel mondo (dietro al Giappone) per numero degli occupati nelle PMI con il 71,4% (ISTAT 1994).

L’impatto della globalizzazione sul sistema delle PMI italiane

Sempre secondo l’ISTAT, all’inizio degli anni 2000 le PMI italiane (il 95% delle quali aveva meno di 10 dipendenti) davano occupazione a circa 17 milioni di lavoratori, il 47% del totale degli impiegati nell’industria e nei servizi. Questi numeri testimoniano ancora una volta l’importanza di queste aziende nella nostra economia.

Il profondo cambiamento che la globalizzazione e la rivoluzione informatica hanno prodotto nell’economia mondiale in quegli anni ha posto sfide epocali a queste imprese, che in un mercato ormai globale non potevano più rifugiarsi in nicchie protette e isolate dagli scambi internazionali.

Il modello di sviluppo delle PMI italiane, fondato sull’impresa familiare in stretta relazione con il territorio di appartenenza, è infatti messo in crisi (così come tutto l’apparato concettuale, «filosofico» e giuridico del «piccolo è bello») da due fattori:

  • la progressiva integrazione dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale dovuta alla globalizzazione e
  • l’avvento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Insieme, questi due fattori chiave hanno eroso la posizione delle PMI, spesso troppo piccole per sfruttare pienamente le opportunità della globalizzazione e troppo carenti di risorse umane adeguatamente formate per beneficiare delle nuove tecnologie.

Molti piccoli imprenditori non hanno compreso la portata del cambiamento operato dalla globalizzazione e ciò, data la struttura proprietaria e di controllo tipica di questo tipo di imprese, ha avuto effetti rilevanti sul loro ritardo nel fare i conti con le sue conseguenze.

Secondo dati EFIGE e Chicago Booth del 2014 elaborati da The European House-Ambrosetti per la ricerca «Obiettivo crescita. Cosa possono fare le imprese e lo stato per far tornare a far crescere l’Italia» del 2018, le aziende italiane sono infatti per l’86% di proprietà familiare, contro il 90% di quelle tedesche e l’81% di quelle britanniche. Mentre, però, in questi paesi l’amministratore delegato e il management di famiglia sono presenti solo in una parte minoritaria di queste imprese (il 28% in Germania e il 10% in Gran Bretagna), in Italia essi rappresentano ben il 66% del totale delle figure dirigenziali e manageriali aziendali.

La mancanza in molte PMI di un manager esterno con una formazione adeguata alle necessità di un sistema produttivo ormai integrato a livello mondiale le ha private di una figura capace di valutare con maggiore competenza e oggettività l’evoluzione e le possibilità presenti nei mercati.

Pochi imprenditori avevano questo tipo di competenze manageriali, che avrebbero permesso loro di guidare l’impresa nel processo di adattamento alla globalizzazione con maggior sicurezza. Essi, invece, hanno spesso teso a consolidare e conservare e non a innovare e a «mettersi in gioco».

Le PMI italiane tra crisi e ripresa (2008-2018)

La crisi economica del 2008 ha colpito duramente le PMI italiane. Esse hanno infatti risentito pesantemente della stretta creditizia delle banche, riluttanti, in un periodo di instabilità dei mercati finanziari internazionali, a prestare denaro ad aziende in crisi che, anche per la loro piccola dimensione e la loro bassa disponibilità di liquidità ed infrastrutture, non davano loro sufficienti garanzie di restituirlo.

Sono quindi aumentati in modo esponenziale fallimenti e cessazioni di attività: nel solo 2008 hanno cessato l’attività circa 3000 PMI, e tra il 2007 e il 2013 si sono perse in totale circa 13mila PMI, il 9% di quelle attive nel 2007, secondo il Rapporto Cerved 2014.

La difficile situazione di queste imprese non è stata mitigata dalle misure anti-crisi adottate dallo Stato in quegli anni, risultate scarsamente incisive. Una burocrazia pervasiva, una pressione fiscale tra le più alte d’Europa ed il ritardo nei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni hanno contribuito a prolungare nel nostro paese la crisi che dal 2013 in poi stava volgendo al termine in altri paesi dell’UE.

Un nutrito gruppo di PMI sopravvissute alla crisi ha però approfittato dei primi accenni di ripresa, e il 2014 ha confermato questa tendenza. Il sistema delle PMI ha infatti cominciato a dare dei segnali positivi migliori di quelli delle grandi imprese, anche se i crediti deteriorati ancora detenuti dalle banche rendevano difficile l’accesso al credito delle PMI. Anche il saldo tra imprese nate e morte, poi, è tornato ad essere positivo, come si evidenzia nel Rapporto Cerved 2015 sulle PMI.

L’edizione 2016 dello stesso rapporto mostra che il trend positivo è continuato anche negli anni successivi: il numero delle PMI è tornato a crescere e nel 2017 è in pratica tornato ai livelli del 2007, l’anno precedente l’inizio della crisi. Continuano a crescere i ricavi, il valore aggiunto e il MOL (Margine Operativo Lordo), ed anche il profilo di rischio delle PMI è in continuo miglioramento sia per la selezione delle imprese più robuste operata dalla crisi che per via di un effettivo rafforzamento delle società. Tra il 2014 e il 2015 l’area di solvibilità è infatti aumentata del 3% e si è contemporaneamente ridotta l’area di rischio, merito del reale miglioramento dell’equilibrio economico-finanziario delle imprese.

I dati del rapporto Cerved PMI 2017 dicono che dal 2016 anche la redditività netta torna ai livelli del 2008 e molto vicina ai livelli pre-crisi e gli investimenti sono tornati a crescere per la prima volta dal 2007; la ripresa delle PMI poggia quindi su solide basi finanziarie. Tornano a crescere i debiti commerciali (+1,2%) e finanziari (+1,1%), ma cresce ancora il capitale proprio (+4,9%), il che rafforza la struttura finanziaria delle PMI: il rapporto tra debiti finanziari e capitale netto è al 76% contro il 115% del 2007. Questi dati consentono di classificare oltre il 50% delle PMI come «solvibili», mentre solo il 14% è «rischioso».

La situazione delle PMI tracciata dall’ultimo Rapporto Cerved PMI 2018 vede per il 2017 un’accelerazione della ripresa. Le PMI tornano infatti a realizzare redditi elevati e gli indici di sostenibilità dei loro debiti finanziari sono più equilibrati di 10 anni prima. Il miglioramento dei conti economici delle PMI raggiunge in questo anno i suoi massimi, con un’accelerazione che le premia rispetto alle grandi imprese. I ricavi sono aumentati a tassi più che doppi rispetto al 2016 (+5,3%), mentre il valore aggiunto è cresciuto del 4,5% tra 2016 e 2017. 

Nei primi mesi del 2018, tuttavia, gli indicatori economici segnalano un rallentamento ed un’inversionedi tendenza preoccupanti per gli estensori del Rapporto. La congiuntura internazionale non è positiva e cresce la sfiducia dei mercati sui conti pubblici italiani: gli aumenti degli spread, infatti, determinano una diminuzione degli investimenti e della redditività e fanno aumentare i rischi di default di queste imprese. Il tasso di natalità delle società di capitali si è infatti ridotto (dal +8,2% del 2017 al +1,3% del primo semestre 2018) ed è anche tornato a crescere il numero delle PMI uscite dal mercato (+2,9 su base annua).

Anche i dati di bilancio riflettono questa tendenza: dagli ultimi mesi del 2017 tornano ad aumentare il valore dei mancati pagamenti delle PMI, i giorni medi di ritardo dei pagamenti (da 9,8 nel 2017 a 10,8 nel primo semestre del 2018) e anche i ritardi gravi superiori a due mesi, anche se in valore assoluto entrambi rimangono a livelli storicamente bassi.

Nel 2018, secondo le conclusioni del rapporto, soddisfano i requisiti di PMI 148.531 società (123.495 piccole imprese e 25.036 medie imprese) che occupano oltre 4 milioni di lavoratori (2,2 milioni nelle piccole e 1,9 nelle medie), con un giro d’affari di 886 miliardi di euro, un valore aggiunto di 212 miliardi di euro (il 12,6% del PIL) e con debiti finanziari di 223 miliardi di euro. Esse pesano per il 38% in termini di fatturato, per il 40% in termini di valore aggiunto e per il 29% in termini di debiti finanziari.

Il numero delle PMI è quindi tornato ai livelli precedenti la crisi del 2008, grazie alla nascita di nuove società di capitali, di newco ed alla crescita dimensionale e alla stabilizzazione sul mercato di tante microimprese che sono rientrate nei criteri che definiscono le PMI. Il numero di queste aziende è fortemente aumentato nel 2017 (+3mila, +2,9 sul 2016) e se si contano anche le microimprese si arriva ad un totale di 152 mila unità, superiore a quello precedente alla crisi.

Le PMI internazionalizzate come motori della ripresa

Sempre nel Rapporto Cerved PMI 2018 si mette in evidenza come la ripresa sia stata guidata dalle PMI con maggiore vocazione internazionale.

Tra il 2010 e il 2017 queste imprese hanno infatti registrato una crescita cumulata del valore aggiunto di 22 punti percentuali (+17% rispetto a quelle non internazionalizzate).

Gli analisti del Rapporto hanno misurato i risultati delle PMI esaminate in base al loro grado di apertura internazionale, dividendole in quattro classi:

  • Classe certain o very high, imprese con altissima propensione internazionale (54% del campione);
  • Classe high, comprendente le imprese con «alta» propensione” (16% del campione);
  • Classe medium, con le imprese con una propensione «media» (14% del campione);
  • Classe minimum e low, imprese poco o per nulla aperte ai mercati esteri (16% del campione.

Rispetto ai valori aggiunti la recessione del 2009 ha colpito con più intensità le PMI con maggior apertura internazionale (-8,4% rispetto ad una media del -2,4% nelle altre classi). Negli anni seguenti queste imprese sono state però molto più brillanti e hanno realizzato, come abbiamo visto, una crescita molto superiore di quella delle imprese chiuse verso l’estero (+22%).

In termini di competitività lo scarto è ancora maggiore: il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) nelle imprese esportatrici è del 64,3%, contro il 72,7% delle imprese non internazionalizzate. Questa differenza si riflette sulla produttività, che cresce al crescere del grado di apertura internazionale.

Le PMI pienamente internazionalizzate generano poi maggiori flussi di cassa di quelle via via meno aperte e la presenza sui mercati esteri è premiata dal sistema bancario che offre loro tassi di interesse più bassi sui prestiti (-0,8% nel 2017). Il divario in termini di oneri finanziari rispetto al MOL (Margine Operativo Lordo) è netto tra la classe di imprese più aperta all’estero e le altre, mentre diminuisce al diminuire della propensione all’esportazione.

Anche la redditività dipende dal grado di apertura internazionale: nel 2017 il ROE (Return On common Equity, l’indice economico di redditività del capitale proprio) per le imprese più aperte all’estero è al 13,9%, +4% rispetto alle aziende che operano nel solo mercato interno. Questo divario era solo dello 0,7% nel 2009, con tutte le classi posizionate intorno all’8%.

Il dibattito sulle conseguenze della crisi per il sistema delle PMI

La crisi economica e finanziaria del 2008-2009 ed il suo forte impatto sull’economia italiana e sul sistema delle PMI ha fornito lo stimolo per una serie di analisi sullo stato del nostro sistema produttivo, sui suoi punti di forza e sulle sue carenze e ritardi rispetto all’innovazione dirette a fornire ai piccoli imprenditori spunti per migliorare le loro aziende e renderle più competitive nel mercato globale. Due studi in particolare sono molto utili per valutare lo «stato dell’arte» delle nostre imprese.

Un occasional paper della Banca d’Italia del maggio 2012 relativo al gap innovativo del sistema produttivo italiano riconduce il ritardo dell’Italia nell’innovazione rispetto agli altri paesi industrializzati principalmente alla frammentazione del sistema produttivo in molte piccole imprese che non riescono a sostenere gli ingenti costi della ricerca e sviluppo e di assumersene i rischi.

Secondo dati Eurostat del 2017, infatti, in Italia la spesa delle imprese al riguardo ammontava allo 0,83% del PIL, poco più di un terzo rispetto a Germania e Svezia, (e nel 2007 era dello 0,6%).

Altre cause di questo ritardo sono, secondo gli estensori del rapporto, imputabili a

  • la carenza di capitale umano nelle funzioni manageriali e di ricerca;
  • la crescente flessibilità dei rapporti di lavoro che disincentiva gli investimenti nella formazione;
  • la scarsità di risorse finanziarie e soprattutto di capitale azionario (venture capital), il più idoneo a finanziare l’innovazione;
  • gli scarsi risultati degli incentivi pubblici alle imprese.

Per gli esperti di Bankitalia la crescita della capacità innovativa delle PMI italiane si può ottenere quindi solo favorendo

  • la crescita dimensionale delle imprese;
  • forme di gestione più manageriali;
  • un maggior grado di capitalizzazione, anche con lo sviluppo di intermediari di venture capital;
  • il miglioramento della predisposizione e della gestione degli incentivi all’innovazione.

Lo studio «Obiettivo crescita» del principale think-tank italiano, The European House-Ambrosetti, citato in precedenza e basato all’elaborazione di dati della World Bank, di Eurostat e dell’OECD  offre poi un quadro molto approfondito e realistico dell’economia e del sistema produttivo italiani.

Secondo questo studio

  • Il tessuto economico italiano è costituito da PMI in misura maggiore rispetto ai competitor esteri. Queste imprese, in media meno produttive delle loro controparti internazionali, producono però quasi il 40% del valore aggiunto del comparto manifatturiero italiano (contro il 22% medio di Francia, Germania e Spagna) e occupano quasi il 50% della forza lavoro del settore, contro il 30% medio delle maggiori economie dell’Unione Europea. Questi dati confermano la centralità delle PMI nel nostro sistema economico
  • Negli ultimi venti anni l’italia è cresciuta (e continua a crescere) meno degli altri paesi europei. Il divario di attrattività e competitività del nostro paese rispetto agli altri perciò aumenta: in Italia si lavora di più, si produce meno e la popolazione continua ad invecchiare. Il Pil pro-capite italiano negli ultimi 30 anni è cresciuto del 10%, meno della metà di quello del Giappone, il penultimo tra i paesi sviluppati. Anche l’export, storico punto di forza del nostro paese, risente di questa dinamica negativa: per i prodotti ad alta tecnologia, infatti, l’export italiano è minore di quello di Germania, Francia e Gran Bretagna sia rispetto a quello totale che in valore.
  • In un contesto mondiale di rallentamento della produttività l’italia è in sostanziale stagnazione da quasi venti anni. Il rallentamento italiano è poi stato maggiore di quello degli altri paesi: il tasso di crescita della produttività, al 20% tra il 1977 e il 1986, si è in pratica azzerato tra il 2006 e il 2016. Nello stesso periodo il Giappone è cresciuto dell’8%
  • Dopo la crisi l’italia è tornata a crescere stabilmente dal 2014 ma ad un tasso sensibilmente minore di quello dei suoi competitor, accumulando un gap del 5,5% con gli Stati Uniti, del 5,2% rispetto alla media OECD e del 4,5% rispetto ai principali paesi europei. Le previsioni della Commissione Europea del luglio 2018 ribadiscono che il tasso di crescita previsto per l’italia nel 2018-2019 sarà il più basso dell’UE (+1,1% contro il 2% dell’area Euro)
  • Le imprese italiane crescono meno delle controparti europee innanzitutto perché inefficaci nell’investire le risorse produttive. Il rendimento dei fattori produttivi delle nostre imprese è inferiore di quello delle altre imprese europee, con l’eccezione delle imprese manifatturiere di medie dimensioni (da 50 a 249 addetti)
  • La produttività inferiore incide in modo negativo sullo sviluppo delle PMI italiane, meno dinamiche e votate alla crescita. Il Rapporto evidenzia infatti una «stagnazione» del nostro sistema produttivo: il 77% delle aziende italiane di media dimensione è infatti un’impresa matura, contro una media europea del 63%. Le nostre imprese sono quindi in media più piccole, vecchie, meno produttive e quindi meno efficaci delle controparti europee, nonostante che l’italia sia da sempre il paese col maggior numero di ore lavorate pro-capite tra i paesi sviluppati
  • Il ritardo delle imprese italiane sulle concorrenti è dovuto anche a una minorequalità generale del loro management, certificata anche da un’indagine del 2016 del World Management Survey (WMS) su 11701 imprese di 35 paesi, di cui 437 italiane. L’analisi ha valutato l’efficienza del management in 4 macroaree
    • Modernizzazione dei processi decisionali
    • Efficienza dei processi di controllo
    • Efficienza della pianificazione strategica
    • Compensazione del talento
assegnando ad ognuna un punteggio da 1 a 5 (massimo) e calcolando poi un indice generale di efficacia. Il risultato di efficienza per le imprese italiane in questa analisi è di 2,95, inferiore alla media (3,02) e superiore solo a quello delle imprese spagnole. Il ritardo è presente in tutte le macroaree e certifica la minore qualità dei loro processi manageriali.
  • La qualità del management, che di solito dipende dalla dimensione delle imprese, (un’impresa che cresce avrà infatti maggior bisogno di risorse formate in modo adeguato) si scontra con la struttura familistica di molte imprese italiane, che riguarda sia la proprietà/controllo (dove l’italia è in linea con l’Europa) che il management. Quasi il 70% delle imprese italiane (per il 99,9% PMI) ha un management familiare, dato molto più alto della media europea. Questa caratteristica, tipica della storia economica italiana, non è di per sé negativa: tantissime nostre imprese familiari hanno infatti ottenuto importanti successi a livello mondiale. L’analisi del WMS evidenzia però che globalmente le imprese familiari con CEO e management familiare sono quelle meno efficienti, con un indice di 2,65 contro il 3,2 di quelle ad azionariato diffuso. La criticità italiana è quindi dovuta alla loro grande diffusione nel nostro sistema produttivo.
  • La prevalenza del management familiare nelle nostre imprese comporta anche, in generale, un basso livello di meritocrazia. In un’indagine EU-EFIGE citata dallo studio di Ambrosetti, infatti, le imprese italiane si classificano all’ultimo posto con un punteggio di 0,9 su 5 dietro a Spagna (1,4), Francia (1,5), Gran Bretagna (1,6) e Germania (1,7). Lo stesso indice elaborato dal WMS per valutare il livello di meritocrazia, del resto, vede l’italia con 2,82, sotto la media (3,06), e superare solo le imprese spagnole.
  • Le imprese italiane (e quindi le PMI) hanno un divario strutturale anche nella produttività del capitale, inferiore a quella dei concorrenti soprattutto per il capitale ICT e software. Secondo il Digital Intensity Scoreboard della Commissione Europea, nel 2016 quasi il 90% delle imprese italiane opera una produzione con bassa (25%) o molto bassa (63%) intensità di capitale digitale, con una conseguente minore produttività rispetto alle concorrenti europee. Uno studio dell’OECD dello stesso anno ha ad esempio rilevato che solo il 12% delle aziende italiane aveva offerto un corso di formazione ICT ai propri dipendenti nei 12 mesi precedenti. Questa mancanza di investimenti in capitale ICT e in formazione nel suo uso incide negativamente sull’efficacia di capitale e lavoro e sulla produttività del sistema.

Gli estensori del Rapporto indicano tecnologia e management come perni complementari dell’innovazione delle nostre PMI: l’innovazione tecnologica produce innovazione nella gestione, che a sua volta diventa più favorevole ad investire nel rinnovamento tecnologico.

L’innovazione tecnologica spesso crea nuove figure professionali, attrae e sviluppa nuovo capitale e favorisce il merito. Essa implica che l’impresa definisca obiettivi di medio periodo, perché i costi per la sua adozione sono spesso più elevati dei ricavi nel breve periodo.

L’imprenditore deve perciò adottare una mentalità non più basata solo sul guadagno tangibile: l’adozione di nuove tecnologie è un investimento benefico per il sistema e per la produttività delle aziende nel medio-lungo termine e rappresenta oggi lo strumento indispensabile per restare produttivi, attrattivi e competitivi nel mercato globalizzato.

Sei una PMI e vuoi internazionalizzare la tua attività? Ti aiutiamo a tradurre i tuoi documenti tecnici!

 

Qabiria white logo

Crediamo nell’aumento della produttività attraverso l’uso creativo della tecnologia.

Ultime notizie

Contatti

Qabiria Studio SLNE
Carrer Lleida, 3 1-2
08912 Badalona
(Barcelona)
SPAGNA

+34 675 800 826

qabiria

Inviaci un messaggio

Ricevi la newsletter

Vuoi leggere gli articoli e le novità di Qabiria direttamente nella posta?