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Vincere la timidezza: le PMI italiane e l'internazionalizzazione

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Vincere la timidezza: le PMI italiane e l'internazionalizzazione

I dati raccolti nel rapporto Istat-Ice su Commercio Estero e Attività Internazionali delle Imprese 2016-2017 mostrano che le PMI italiane, pur se in ritardo rispetto alle loro concorrenti straniere, puntano sempre di più ad espandersi all’estero. Stando al rapporto infatti, nel 2016 l’Italia è risultata essere il 9° esportatore mondiale, al 6° posto per saldo commerciale, al 13° per afflusso di investimenti esteri.

L’Italia ospita quasi 216.000 aziende esportatrici e la stessa ICE, secondo quanto scrive Cristina Maccarone nell’articolo «Internazionalizzazione e PMI», ha speso più di 134 milioni di euro per 800 iniziative che hanno coinvolto 17.000 imprese. Nei primi quattro mesi del 2017, poi, le esportazioni sono cresciute del 6,6%.

Nel 2018, sempre secondo i dati di Istat e Ice, le vendite nei mercati esteri sono aumentate del 3%.

  • Nei mercati europei si è avuto un incremento del +4,1%.
  • Nei mercati extraeuropei, a causa soprattutto della guerra dei dazi USA-CINA e della rinnovata spinta al protezionismo, la crescita è stata solo dell’1,7%.

Rispetto al 2017, com’è evidenziato anche da un post di exportpiù, la crescita dell’export è positiva per tutte le ripartizioni territoriali:

  • +12,2% per le Isole;
  • +4,3% per il Nord-est;
  • +3,4% per il Nord-ovest ;
  • +2,5% per il Sud
  • +1% per il Centro.

Tiene l’export in Germania, Francia e USA, mentre cala quello in Cina.

L’importanza dell’internazionalizzazione per la crescita delle imprese e lo sviluppo dell’economia è ribadita dai dati della XX edizione dell’Osservatorio PMI curato dalla società di consulenza Global Strategy e presentato a Milano il 26 settembre 2018.

L’osservatorio ha identificato 724 aziende eccellenti che negli ultimi cinque anni sono cresciute molto più delle loro concorrenti. Uno dei motori decisivi di questa crescita è l’export medio registrato annualmente da queste PMI innovative, che è prossimo al 50% del fatturato, con forme di presenza sui mercati internazionali sempre più dirette.

Le particolarità del «caso Italia»

Dobbiamo prima di tutto sottolineare che, a differenza di quello che spesso si è sostenuto anche in ambito accademico, e cioè che le PMI italiane non fossero in grado di gestire con successo i problemi connessi all’internazionalizzazione per via della mancanza di una solida struttura e di risorse, esse in molti casi si sono adattate meglio delle imprese più grandi nei momenti di crisi dell’economia, reagendo con più prontezza ed efficacia ai cambiamenti della domanda.

Il caso delle PMI italiane è comunque particolare. Come afferma Marco Sabatini nel suo articolo, da noi più volte citato, «PMI: quali ragioni per esportare», nonostante siano la quasi totalità delle imprese italiane e pur essendo presenti da tempo nei mercati esteri, la maggior parte di queste imprese non si è però diretta verso quei modelli di internazionalizzazione più strutturati e maturi. I motivi di questa «timidezza» sono vari:

  • la convinzione di molti piccoli e medi imprenditori italiani che non sia semplice poter ricreare all’estero le condizioni che permettono di produrre con la stessa qualità;
  • la mancanza o l’inadeguatezza dell’organizzazione delle loro imprese a sostenere una domanda estera;
  • il timore di creare strutture troppo rigide, pesanti e costose che col tempo sarebbero difficilmente gestibili e sostenibili;
  • il freno esercitato da fattori culturali, come la poca dimestichezza con le lingue straniere, il timore di doversi confrontare con culture, sistemi giuridici, burocratici e distributivi diversi;
  • la scarsa capacità di investire in progetti a medio-lungo termine.

Tutti questi fattori hanno quindi fatto parlare, come sottolinea un articolo del blog del centro studi Assimpresa di una certa «arretratezza mentale» di molte PMI italiane e di una loro «paura» di investire in nuovi mercati o nel cercare nuovi sbocchi commerciali dove i prodotti italiani potrebbero invece essere apprezzati.

Ma ormai per le nostre PMI la globalizzazione è, per usare le parole del sociologo Zygmunt Bauman, una grande occasione per «pensare globalmente e agire localmente», cioè, sempre citando gli esperti di Assimpresa, per creare prodotti e servizi che sfruttino al meglio le tendenze globali e allo stesso tempo tengano sempre in considerazione le culture e i «segni» distintivi dei mercati locali a cui ci si rivolge.

Il percorso dell’internazionalizzazione, che certo non è facile da comprendere né da intraprendere sia dal punto di vista della cultura d’impresa che di quello delle risorse da impiegare e che richiede molto impegno e costanza, può però contare su quel grande punto di forza che è il «Made in Italy». Questo insieme, unico nel suo genere, di patrimonio «genetico» e di valore produttivo dei nostri prodotti/servizi può permettere infatti alle nostre imprese (e soprattutto alle PMI) e alle loro produzioni di affrontare questa sfida con una specificità ed una caratterizzazione (grande competitività e differenziazione rispetto ai concorrenti) molto elevata.

Punti di forza e criticità delle PMI che guardano all’estero

Le PMI che affrontano la sfida dell’internazionalizzazione hanno, rispetto alle imprese di grandi dimensioni, una serie di punti di forza, ma sono anche condizionate da alcune criticità.

I principali punti di forza delle PMI, così come descritti da Stefano Toro in un dettagliato articolo per Agendadigitale, sono:

  • la loro flessibilità, cioè l’attitudine e la capacità, grazie all’agilità della loro piccola struttura organizzativa, di rispondere e di adattarsi con prontezza e rapidità alle esigenze di mercato;
  • la conoscenza specialistica del prodotto, che permette alle PMI di sviluppare soluzioni innovative in grado di posizionarle nei settori di mercato con più differenziazione, creatività e personalizzazione;
  • la sovrapposizione tra famiglia e impresa, che velocizza i processi decisionali e la loro messa in pratica.

Punti di debolezza delle PMI sono invece:

  • la scarsità di risorse finanziarie per la raccolta di informazioni, la formazione del personale e la realizzazione di altri investimenti (in particolare quelli diretti all’innovazione) rispetto alle grandi imprese. A ciò si aggiunge la loro storica difficoltà di apertura al capitale di rischio e la scarsa possibilità e capacità di accedere al credito;
  • la scarsità di competenze organizzative e strategiche. La loro organizzazione si basa spesso su strutture molto semplici, gestite e controllate dal proprietario/imprenditore che accentra su di sé tutte le decisioni, ma che spesso non ha competenze specifiche in questo campo. Questa struttura piccola e patriarcale rende quindi queste imprese spesso poco adatte a sopportare la crescita sia nel mercato interno sia, a maggior ragione, in quelli esteri;
  • una limitata cultura dell’internazionalizzazione. Nelle PMI spesso manca una cultura aziendale sulle forme di internazionalizzazione più complesse. La visione dell’operatività anche geografica dell’impresa molto spesso coincide con il suo bagaglio culturale.

Imparare da chi ce l’ha fatta: l’esempio delle PMI internazionalizzate

Le piccole e medie imprese italiane che vogliono internazionalizzarsi possono trarre ispirazione e spunti dalle esperienze di molte PMI che hanno colto questa sfida e che, nonostante la crisi economica del 2008, si distinguono con risultati economici molto lusinghieri.

Nel 2016, infatti, secondo i dati del Rapporto Istat-Ice 2016-2017, il 54,4% di tutte le merci vendute all’interno dell’UE è stato prodotto da PMI italiane, contro una media europea del 44,6%. Il valore dell’export intraUE delle PMI italiane, poi, è pari al 58,8% del totale, rispetto alla media continentale del 50,9%. Questi dati confermano che il percorso dell’internazionalizzazione è adatto ai «piccoli» se questi si muovono con efficacia.

Principi generali per le PMI che vogliono internazionalizzarsi

Concludiamo con i risultati di un’analisi svolta da Marina Puricelli, docente di Organizzazione Aziendale alla Bocconi, per Newsmercati.com su queste esperienze di successo, che ha permesso di ricavare alcuni principi generali per tutte le PMI che si vogliono internazionalizzare e che riportiamo qui di seguito.

> Forti all’interno, forti all’estero. Le aziende internazionalizzate sono più solide e competitive perché spesso lo erano già prima di espandersi all’estero. Il processo di internazionalizzazione si è infatti concretizzato in termini di risorse, investimenti e costi fissi necessari per farsi conoscere all’estero proprio grazie alle risorse già accumulate. L’impresa deve avere quindi l’obiettivo strategico di rafforzarsi internamente prima di internazionalizzarsi: interventi estemporanei come ad esempio le missioni all’estero finanziate con fondi pubblici senza una solidità interna difficilmente saranno utili.

> Lungo termine. Le PMI «internazionalizzate» devono avere l’obiettivo di massimizzare il profitto nel medio-lungo termine. Le decisioni più importanti, come la partecipazione a fiere internazionali, le attività di comunicazione, l’inserimento di personale dedicato all’export sono prese pensando al lungo periodo, senza prevedere grandi risultati immediati.

> Confrontarsi con i migliori. Chi vuole espandersi all’estero deve ispirarsi a chi ha trovato soluzioni originali per problemi nuovi, a chi ha creato prodotti, servizi e strutture innovative: le imprese migliori apprendono da ciò che affrontano. Il confronto con i migliori fa crescere l’azienda, mettendola di fronte ad un miglior livello di operatività, imitabile e anche migliorabile

> Specializzarsi. Le imprese di successo si specializzano in un prodotto/servizio piuttosto che snaturare una consuetudine propria delle PMI diversificando o inseguendo combinazioni strategiche più «alla moda». L’imprenditore, come suggerisce la Puricelli, non è infatti uomo per tutte le stagioni: fattori come le mansioni svolte e il settore dell’azienda in cui ha magari operato da dipendente prima di rischiare in proprio, la sua formazione professionale, il crescere in una famiglia proprietaria di un impresa in un certo settore, le specializzazioni del proprio distretto, orientano la sua esperienza e il suo fare impresa. È quindi più logico e più efficace applicarsi con più creatività per migliorare le proprie produzioni.

> Innovare. Per rafforzarsi e penetrare nuovi mercati le imprese migliori hanno continuamente innovato e hanno quindi colto opportunità anche in settori che si pensavano maturi e tradizionali. La competizione e la concorrenza non si fermano: non ci si può sedere sugli allori. I risultati economici raggiunti sono infatti la base per cercare nuovi investimenti e nuove opportunità.

> Qualità nel piccolo. Per le imprese italiane la spinta verso l’estero è poi data dalla capacità di offrire massima qualità nel piccolo e nei servizi, contando sulla reputazione del «Made in Italy» presso i nuovi consumatori delle economie emergenti.

Se vuoi internazionalizzare la tua pmi, contattaci: ti aiuteremo a tradurre i tuoi contenuti

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