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L'economia italiana e il COVID-19: previsioni, scenari e suggerimenti per le imprese

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L'economia italiana e il COVID-19: previsioni, scenari e suggerimenti per le imprese

L’esplosione della pandemia di coronavirus in Cina e la sua diffusione in Italia e nel resto del mondo stanno avendo conseguenze gravissime in tutti i paesi che ne sono stati investiti: un numero altissimo di contagiati e morti, sistemi sanitari di mezzo mondo quasi al collasso, stili di vita quotidiani stravolti dalle quarantene più o meno totali imposte dalle autorità alle popolazioni coinvolte.

L’epidemia e le misure prese dai governi per cercare di rallentarne la diffusione hanno avuto un impatto dirompente sia sulle singole economie dei paesi coinvolti che sull’economia mondiale nel suo complesso, impatto che non potrà che essere sempre maggiore se il periodo di durata dell’epidemia continuerà a dilatarsi.

In questo breve articolo azzardiamo una prima analisi, usando come riferimenti i dati pubblicati da fonti che storicamente si sono dimostrate affidabili e competenti in materia. Naturalmente, si tratta di opinioni personali, nostre e delle fonti citate, da prendere con le dovute cautele dato il momento di grande incertezza.

Gli effetti del coronavirus sul sistema economico italiano, che si era da poco ripreso dagli effetti della crisi economico-finanziaria del 2008-2009, sono in parte già evidenti ed in parte tutti da valutare alla luce delle misure di contenimento del contagio (quarantena) e del lockdown progressivo delle attività produttive non indispensabili decisi dal governo italiano.

Le previsioni sugli effetti del coronavirus sull’economia italiana

Lo scenario previsto dal nuovo Cerved Industry Forecast sull’impatto del COVID-19 su circa 200 settori dell’industria italiana parla di una possibile perdita di fatturato per le imprese italiane che potrebbe andare dai 270 ai 650 miliardi di euro nel biennio 2020-2021, con conseguenze molto serie soprattutto nell’anno corrente per i settori piu colpiti dalla pandemia, che sono:

  • il turismo (alberghi, strutture ricettive extra-alberghiere, agenzie di viaggi e tour operator), che da solo vale il 12% del PIL nazionale;
  • l’industria manifatturiera (ed in particolare automotive ed elettromeccanica);
  • la moda e l’industria tessile;
  • le attività culturali (teatro e cinema);
  • l’industria alimentare e la produzione enologica;
  • la formazione.

Le regioni più colpite saranno sicuramente Lombardia, Veneto (che stanno facendo registrare il maggior numero di contagiati e di deceduti) ed Emilia Romagna, con forti conseguenze sulla nostra economia visto che in queste regioni, come sottolinea Nicola Testa nell’articolo «Coronavirus ed imprese: i settori in crisi e le opportunità per crescere» postato su Agenda Digitale, si concentra il 40% del PIL nazionale.

Le previsioni di Cerved sono basate su due scenari:

  • uno scenario «base» che prevede il termine dell’emergenza a maggio 2020, il ritorno alla normalità nei due mesi successivi ed un impatto serio sull’economia mondiale e, ovviamente, in quella italiana;
  • uno scenario più pessimistico, con una crisi che dura fino al termine del 2020, un semestre per ritornare alla normalità e l’isolamento totale della nostra economia.

Lo scenario più «ottimista» prevede in sintesi:

  • una perdita del 7,4% dei ricavi per le imprese italiane nel 2020;
  • una ripresa nel 2021 (+9,6%) che riporterebbe i fatturati al livello del 2019;
  • una perdita rispetto ad uno scenario senza epidemia di 220 miliardi di euro nel 2020 e di 55 nel 2021;
  • metà della perdita del 2020 concentrata tra le imprese di Lombardia (-62 miliardi) e Lazio (-47 miliardi);
  • flessione percentuale più grave in Basilicata (-11,1%) e Piemonte (-9,6%), regioni penalizzate dalla loro specializzazione nell’automotive;
  • grossa crescita prevista invece per i settori che si avvantaggerebbero con l’emergenza, come commercio online, distribuzione alimentare e apparecchi medicali.

Nel caso di un’emergenza che si dovesse prolungare fino alla fine dell’anno lo scenario elaborato da Cerved prevede:

  • una caduta dei ricavi delle imprese pari al 17,8%;
  • una perdita di 470 miliardi di euro rispetto ad uno scenario senza epidemia (che prevedeva un aumento dei ricavi dell’1,7% nel 2020);
  • un rimbalzo nel 2021, con un +17,5% di ricavi, che però non basterebbe a ritornare ai livelli del 2019 (-172 miliardi di euro rispetto rispetto allo scenario normale);
  • un impatto drammatico sul fatturato di alberghi (-75%), agenzie di viaggi e strutture extra-alberghiere (-66%), automotive (-50%);
  • previsioni ancora più positive per i cosiddetti settori anticiclici (distribuzione alimentare, farmaceutica, apparecchi medicali) e in particolare per l’e-commerce, che otterrebbe un +55% di ricavi.

Lo stesso studio, come evidenziato in un altro articolo del blog di Cerved, prevede che la probabilità media di default delle imprese italiane potrebbe essere:

  • del 4,9% alle condizioni attuali;
  • del 6,8%, con una variazione tra il 2,7% ed il 10,6% a seconda del settore, in caso di scenario «ottimista»;
  • fino al 10,4%, con una variazione tra il 7,5% ed il 15,4% a seconda del settore, secondo lo scenario «pessimistico».

Il «Made in Italy» è in pericolo?

Un quadro abbastanza preoccupante come si vede, e Nicola Testa, nel suo post per Agenda Digitale, solleva poi un altro aspetto del problema: le ripercussioni della pandemia sulla reputazione e la credibilità del Made in Italy e delle sue produzioni più significative.

Il fatto che il coronavirus in Europa abbia colpito per prima l’Italia ed in maniera particolarmente devastante le sue due principali regioni esportatrici (Lombardia e Veneto), potrebbe secondo lui essere usato dai produttori dei paesi concorrenti per cercare di occupare i settori di mercato attualmente presidiati dalle nostre imprese, facendo leva su presunti problemi di sicurezza igienico-sanitaria delle loro produzioni legati al COVID-19.

Per Nicola Testa è quindi fondamentale che le aziende italiane intraprendano una seria attività di certificazione della qualità che faccia «piazza pulita» di tutti i pregiudizi che il decorso della diffusione del coronavirus ha fatto sorgere a livello internazionale.

Che fare? I consigli degli esperti

La crescita dell’utilizzo della rete

L’attenzione riservata dall’Industry Forecast di Cerved ai settori anticiclici e in modo particolare all’e-commerce, non fa che mettere in evidenza in maniera «scientifica» quello che si è verificato davanti agli occhi di tutti: la crescita esponenziale degli accessi alla rete e della quantità di tempo trascorso online per le più svariate attività, quali:

  • gli acquisti online, in modo particolare di generi alimentari e di prima necessità, di presidi sanitari e farmaci;
  • l’ascolto e la visione in streaming di contenuti dei generi più svariati, sia per esigenze professionali che di intrattenimento, come video, podcast, tutorial, webinar, corsi di formazione e di lingua, ecc.;
  • la consultazione di siti e blog di informazione sia generalisti che specializzati;
  • l’utilizzo di piattaforme, programmi e applicazioni per videochiamate e videoconferenze a scopo didattico (scuole) o per coordinare il telelavoro.

Molte aziende hanno dovuto riconvertire le loro attività e fornire i loro servizi online.

Nel settore dell’automotive, ad esempio, come riporta un articolo redazionale de La nuova riviera su «Assistenza auto: soluzioni virtuali per superare la crisi», sono aumentate le concessionarie che adottano soluzioni «da remoto» con i clienti, come videochiamate o videoconferenze per poter gestire casistiche più o meno complicate anche a distanza.

Un altro esempio è quello delle società che organizzano corsi di formazione per disoccupati o inoccupati in collaborazione con le agenzie di lavoro interinale. Di fronte all’impossibilità per gli utenti di frequentare fisicamente i corsi, queste aziende si sono prontamente convertite all’online attraverso l’utilizzo di piattaforme di videoconferenza o di programmi ed applicazioni specifiche per la didattica a distanza.

Questo «imprevisto» ha reso loro possibile espandere la platea dei possibili partecipanti ai corsi dal livello locale o regionale a (teoricamente) tutto il territorio nazionale, visto che per poterli seguire è sufficiente un computer e una connessione a internet.

Una nuova consapevolezza: il web è sempre più indispensabile

Questo utilizzo massiccio della rete ha reso il vasto pubblico degli utilizzatori saltuari molto più consapevole dell’importanza e della centralità del web nella vita quotidiana. Un numero elevatissimo di utenti (e quindi di potenziali nuovi clienti) è entrato in contatto con realtà, produzioni e servizi che prima, per molti di loro, erano poco o per niente conosciuti.

Anche le imprese di prodotti e servizi che si trovano a dover affrontare le conseguenze del coronavirus sulle loro attività hanno toccato con mano quanto sia ormai indispensabile la presenza e l’utilizzo delle risorse della rete.

Questo è ancora più vero per le imprese che finora avevano sottovalutato le potenzialità di internet e quindi avevano una presenza sul web scarsa per quantità e qualità oppure del tutto inesistente.

Come scrive Davide Bagnai in un post dal titolo «Un’iniziativa interessante per superare la crisi tramite il web» su webmousers.com, la situazione creata dalla pandemia e dal lockdown ha reso ancora più evidente e plastico il fatto che una qualsiasi impresa non può più fare a meno di operare online. La presenza e la comunicazione attraverso internet sono indispensabili per sviluppare il proprio giro di affari.

I potenziali clienti, continua, fanno ormai la prima conoscenza dell’azienda proprio attraverso la rete: tanto più la presentazione dell’azienda e dei suoi servizi sarà completa, accattivante ed organizzata in modo intelligente ed interessante, tanto più il potenziale cliente sarà portato ad informarsi e ad usufruire dei suoi servizi.

Non bisogna «aspettare Godot» ma agire: ottimizzare le piattaforme online

In questo periodo così difficile ed incerto, scrive poi Giulia Bezzi, SEO strategist e CEO dell’agenzia SEO SeoSpirito Società Benefit, in un post sul blog di SEMrush intitolato «Coronavirus e commercio online: e ora che si fa?», le società di consulenza e più in generale le aziende che forniscono servizi alle aziende (e tra queste anche quelle che offrono servizi di traduzione professionale) sono subissate dalle richieste di aiuto dei propri clienti su cosa fare per superare questa crisi.

Come la stessa Bezzi puntualizza all’inizio del suo post, «Il coronavirus dovrà passare, ed il commercio online dovrà essere il più grande alleato per promuovere le proprie attività e continuare a vendere prodotti e servizi».

La situazione attuale segnata dal lockdown, continua, «è come la preparazione atletica (...). Nel momento in cui finirà questa parentesi della nostra vita, non ci saranno storie: il campionato inizierà nuovamente e, probabilmente, con regole nuove».

I suggerimenti che gli esperti del settore come Giulia Bezzi e Daniele Bagnai si sentono di poter dare ai loro clienti e più in generale al mondo delle imprese sono di potenziare e migliorare tutto quello che riguarda l’online. In particolare, come scrivono nei loro post che abbiamo già citato:

  • Bisogna prima di tutto «fare le pulizie di casa», cioè domandarsi perché i potenziali clienti dovrebbero scegliere la propria azienda.
  • Quindi si dovrebbe analizzare e riesaminare criticamente con i propri collaboratori, gli esperti e la propria agenzia di servizi web tutta la propria infrastruttura e la propria comunicazione online, che non è solo il sito web, ma l’insieme dei canali web come advertising, display campaigning, blog, newsletter, ecc, da utilizzare ciascuno secondo la sua specificità, per «far arrivare la voce dell’azienda agli utenti». Questa attività di riesame, secondo Bagnai, deve servire a capire quali sono i canali di comunicazione più deboli, perché e come rimediare e rendersi conto che i contenuti saranno il motore della ripresa.
  • Le aziende devono avere ben presente il fatto che attraverso gli strumenti online esse devono comunicare con molta attenzione e precisione la loro identità aziendale, sia utilizzando una «narrazione accattivante» (ancora Daniele Bagnai), sia con foto particolari, video, infografiche, tutorial che permettano ai potenziali clienti di rendersi conto che la propria impresa è formata da professionisti competenti e fornisce prodotti e servizi di qualità.
  • L’obiettivo è sempre quello di valorizzare al massimo i propri prodotti e servizi, e soprattutto quelli che distinguono l’offerta aziendale e sono i più richiesti dal mercato.
  • Le aziende devono quindi assolutamente dedicarsi ad organizzare la propria comunicazione online predisponendo un progetto editoriale a 360 gradi che, ad esempio, pianifichi quando pubblicare post su tutte le piattaforme online sulle quali è presente.
  • E naturalmente il calendario editoriale e la pianificazione va ripetuta per ogni mercato estero su cui si è presenti e per ogni lingua in cui si creano e distribuiscono i contenuti o erogano i servizi.

Giulia Bezzi si concentra in particolare su come migliorare la funzionalità e la comunicazione del sito web aziendale, in modo da farsi trovare preparati quando (si spera non troppo in là nel tempo) l’emergenza coronavirus finirà e si dovrà ripartire. Alcuni interventi sono prettamente tecnici, mentre altri riguardano la stesura dei contenuti presenti sul sito. Ecco alcuni esempi:

  • Si deve agire sulla struttura del sito web: dal settembre 2020, infatti, Google ha intenzione di spostare tutti i siti sull’indice mobile, quindi si valuterà prima il sito web nella sua struttura responsive (cioè quella che si adatta alle dimensioni del dispositivo usato dall’utente per la navigazione web) e poi quella desktop (vedi anche https://webmasters.googleblog.com/2020/03/announcing-mobile-first-indexing-for.html).
  • Altro punto che può fare la differenza è focalizzarsi sulla velocità del sito ed esaminare la questione dei dati strutturati, che devono essere gli stessi sia per i dispositivi mobili che per desktop per rendere più facile mostrare i risultati del proprio sito nei risultati delle ricerche.
  • È poi necessario intervenire anche a livello di rich snippet, cioè i testi arricchiti da elementi grafici che favoriscono la visibilità e l’interazione dell’utente, come ad esempio le «stelline» sui blog, quotidiani e riviste online, e-commerce e piattaforme divulgative, oppure il prezzo e la disponibilità in magazzino per i siti di e-commerce, che appaiono nelle pagine dei risultati delle ricerche per alcuni siti.

Questo lavoro di revisione, spesso sacrificato ad altre esigenze, e il già citato riesame di tutta la comunicazione online, possono essere, ancora secondo Giulia Bezzi, la chiave di volta per partire avvantaggiati quando finirà l’emergenza.

Guardarsi intorno, mettersi online e puntare all’estero: un consiglio per gli incerti

Questi consigli valgono ovviamente per tutte le aziende italiane piccole, medie o grandi che usano il web per comunicare e vendere i loro prodotti, indipendentemente dal settore o dal mercato (o mercati) in cui operano.

Un discorso ancora più netto va fatto per quelle imprese (soprattutto PMI) che avevano messo in cantiere un più o meno prossimo sbarco su uno o più mercati esteri, magari senza crederci troppo e temendo di dover assumere un impegno finanziario e organizzativo troppo oneroso per i loro mezzi: il momento giusto è adesso.

Come abbiamo visto, quando l’emergenza coronavirus finirà e l’economia comincerà a ripartire, bisognerà avere le carte in regola per partecipare a una competizione globale che molto probabilmente spezzerà equilibri consolidati e creerà nuove opportunità che bisognerà essere in grado di cogliere.

Bisogna quindi accettare i rischi di un impegno umano, organizzativo e finanziario non indifferente in un periodo in cui il fatturato sta diminuendo per tutti e scegliere (o confermare con ancora più convinzione la scelta) di puntare all’estero, impostando un progetto di internazionalizzazione delle proprie attività basato ora più che mai sull’online.

Per questo le aziende devono contattare i loro consulenti, l’agenzia di servizi web o la società fornitrice di servizi di traduzione professionale di loro fiducia (che a loro volta dovrebbero consigliare questa linea d’azione ai clienti che chiedono loro lumi sul da farsi) per mettere a punto le loro piattaforme web:

  • sistemare il sito web o crearne ex-novo uno ben strutturato e allo stesso tempo accattivante per stile e, soprattutto, contenuti;
  • localizzare il sito (cioè tradurlo e adattarlo) per renderlo appetibile ai consumatori del mercato/i a cui ci si vuole rivolgere;
  • tradurre e adattare tutta la comunicazione aziendale su tutte le piattaforme online rilevanti per il proprio mercato;
  • tradurre tutti i documenti legali e commerciali, le condizioni contrattuali e il catalogo dei prodotti e servizi dell’azienda, tenendo conto delle diverse legislazioni e obblighi dei vari mercati.

Tutto questo perché, come gli esperti del settore non mancano mai di sottolineare, gli utenti/potenziali clienti acquistano più volentieri online se capiscono bene ciò che leggono, e quindi se soprattutto le clausole contrattuali sono scritte nella loro lingua.

Le società che offrono servizi di traduzione professionale, a loro volta, dovrebbero poi anche cercare di:

  • intercettare la domanda di traduzione e di sottotitolatura multilingue di contenuti online, sia nel campo dell’intrattenimento che in quello informativo, (soprattutto nel campo scientifico e medico) ed educativo (corsi di formazione e di lingua);
  • organizzarsi per fornire servizi di interpretariato in remoto a vari livelli;
  • stringere alleanze con altri fornitori di servizi complementari necessari in questo momento d’emergenza.

L’imperativo per tutti è quindi quello di non farsi condizionare dall’emergenza della pandemia, non farsi prendere dal panico e utilizzare questo periodo difficile per scommettere sul futuro e progettare la ripartenza.

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